Tra
tutti i dirigenti della Tv pubblica è stato uno dei più contestati. Di
lui, si è detto di tutto: che fosse una sorta di “ultrà” del
centrosinistra, un presidente engagé, schierato e militante.
Da parte sua, Roberto Zaccaria ha sempre difeso le sue scelte con
compostezza ma con decisione, con misura ma con fermezza.
L’abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro:
“La televisione: dal monopolio al monopolio”. Ci ha parlato di quella
che un tempo era la sua Rai. Del coraggio e della libertà che hanno
lasciato il posto alla paura e al vile asservimento al padrone. E
della riforma del sistema delle comunicazioni. Con un avvertimento:
“Tra vent’anni la ricorderemo ancora come una legge gravissima”.
Tra qualche giorno il ddl Gasparri potrebbe essere approvato,
nonostante la maggioranza abbia vacillato e sia addirittura caduta
durante il voto alla Camera (su due emendamenti presentati
dall’opposizione, n.d.r.). È la dimostrazione che lei a ragione parla
di maggioranza blindata…
La maggioranza è evidentemente blindata. Abbiamo visto il presidente
del Consiglio richiamare con forza i suoi al voto compatto su questa
legge. Eppure, nonostante questo, quando il voto è a scrutinio segreto
possono verificarsi episodi del genere, a dimostrazione che il
consenso è solo superficiale. Infatti, il disegno di legge è già alla
quarta lettura, un tempo parlamentare molto lungo.
Insomma, si vota col naso turato, magari scambiando interessi.
Queste osservazioni si possono anche fare. Il voto di scambio può
anche esistere. Ma io penso che a noi debba interessare fino a un
certo punto. Il problema vero è un altro, ed è la legge in sé stessa.
Le violazioni della Costituzione sono gravissime. Dunque io, come
costituzionalista e come uomo che si occupa dei mezzi di
comunicazione, non posso soffermarmi sui giochi di potere della
maggioranza. La questione è che questa legge verrà votata, col naso
turato o no, e passerà alla storia di questo Paese come la legge più
grave per quel che riguarda il rispetto delle libertà d’informazione,
permettendo una concentrazione di poteri mediatici e politici senza
precedenti.
Lei è uno dei firmatari del documento
promosso da ‘Articolo 21’ che segnala le incostituzionalità della
Gasparri. La prima illegittimità costituzionale denunciata è la
violazione del principio del pluralismo informativo, garantito proprio
dall’art. 21 della nostra Costituzione e dall’art. 10 della
Convenzione europea dei diritti dell’uomo…
Quello del pluralismo informativo è il principio cardine della libertà
d’espressione. Dopo questa legge non ci sarà più scelta plurale dei
mezzi d’informazione. Questo è proprio il rilievo più grave che si può
fare alla legge. Senza contare la sanatoria prevista a favore delle
tre reti del gruppo Mediaset a condizione che trasmettano anche in
digitale terrestre, fatto che viola la sentenza n. 466 del 20 novembre
2002 della Corte Costituzionale (secondo la quale, entro il 31
dicembre 2003, Rete 4 dovrebbe passare sul satellite o essere venduta,
n.d.r.).
E poi, il depotenziamento dei tetti
antitrust. Si passerà dall’attuale limite settoriale per la
televisione fissato al 30%, a un massimo di concentrazione del 20%
calcolato, però, sul riferimento ben più ampio dell’intero sistema
integrato delle comunicazioni. Insomma, una fetta percentualmente più
piccola di una torta molto più grande.
È quello che Sartori ha definito “il gioco delle tre carte”. Il limite
antitrust non si abbassa, ma diventa enormemente più alto
perché va misurato non in termini percentuali, ma in termini
assoluti. Economicamente parlando, il limite sarà innalzato dagli
attuali 3,5 miliardi di euro a 6 miliardi, cosa che, in un Paese come
il nostro, permetterà ad una singola impresa di mangiare tutto il
resto del mercato.
All’estero,
se Murdoch decide di passare il suo impero mediatico nelle mani del
figlio, l’opinione pubblica e la stampa si scandalizzano. C’è più
serietà che da noi?
Vorrei distinguere la serietà dei cittadini dalla serietà dei
governanti. Io credo che gli italiani siano consapevoli della gravità
della situazione e che non accettino che le norme antitrust siano
eluse passando le proprietà da padre in figlio o da fratello a
fratello. In questo momento, la rottura costituzionale è violenta ed
esistono, di fatto, seri pericoli per la democrazia. Di questo, gli
italiani hanno una consapevolezza chiarissima. Il problema è che manca
una legge rigorosa sul conflitto d’interessi che obblighi l’uomo di
governo a vendere le sue proprietà, impedendogli di tenere il piede in
due staffe.
Non per essere ripetitivi, ma forse un po’ di responsabilità in questa
lacuna della nostra giurisprudenza il centrosinistra ce l’ha…
Questo è un luogo comune che sento ripetere spesso e che non aiuta.
Bisogna invece sottolineare che è incomparabilmente diversa la
responsabilità di chi non ha fatto un atto nell’interesse del Paese da
quella di chi, al contrario, sta in una situazione di questo genere
profittandone dal punto di vista personale. Non facendo questa legge,
la sinistra non ha avuto un vantaggio politico di controllo dei media.
Certo, non aver risolto il conflitto d’interessi è una colpa, ma non
possiamo mettere sullo stesso piano chi ha colpe così diverse, chi usa
gli schiaffi e chi i pugni. Quando la sinistra governava, Berlusconi
aveva la possibilità di competere con le sue tre reti e con una rete
pubblica a lui favorevole. Ora che governa Berlusconi, la sinistra
dispone, a malapena, di una rete sull’intero sistema. Quindi, lei ha
ragione, la colpa della sinistra esiste, ma non si può assolutamente
equiparare a quella della maggioranza attuale.
Una volta lei parlò della Tv come di una sorta di marmellata grigia.
Crede che l’approvazione del ddl Gasparri ci consegnerà un sistema
televisivo ancora più monocolore?
Senza dubbio la marmellata indicava l'omogeneità. Domani questa
omogeneità sarà ancora maggiore. Si estenderà il potere di controllo
sulle testate grazie al dominio spaventoso delle risorse pubblicitarie
e alla possibilità di entrare nei settori affini come l’editoria.
Tutto ciò consentirà al gruppo del presidente del Consiglio di
acquisire nuove televisioni, di comprare nuove emittenti locali e
giornali senza doversi preoccupare di fare giochi di prestigio
intestandoli a chi di turno. Le ripercussioni saranno fortissime su
tutte le forme di comunicazione, perché chi controlla le risorse
pubblicitarie è il padrone assoluto non solo della televisione, ma di
tutti i media. È un’egemonia, un’ombra nera che si allunga su tutti i
mezzi della comunicazione.
Forse, questa giacca di Ciampi la si potrebbe tirare un po’, non
crede?
Io ho un’idea molto rispettosa nei confronti del Presidente della
Repubblica, ma sono anche convinto che gli intellettuali e i
giuristi abbiano il dovere di mettere in luce le gravi
incostituzionalità di questa legge. Poi, ciascuno fa il suo mestiere.
Io ricordo sempre Paolo Barile, il mio maestro, che diceva che il
Presidente della Repubblica proprio perché rieleggibile è un soggetto
con una responsabilità anche politica. Quindi la critica, se fatta
nelle forme giuste e non con aggressività, è salutare. Anche verso le
più alte cariche dello Stato. E, d’altronde, Ciampi si è già
pronunciato sul problema del pluralismo…
Com’è la Rai del post-Zaccaria?
Se dovessi usare un aggettivo, direi che la tv pubblica è impaurita.
Impaurita di dare spazio alle idee diverse, impaurita di fare una
concorrenza vera a Mediaset, impaurita nel rapporto con il Governo.
C’è una cappa di paura e, quindi, di sudditanza dei vertici nei
confronti del sistema politico. Il confronto tra la Rai e
l’indipendenza e il coraggio di una televisione pubblica come la Bbc è
impressionante. Sembra di essere su di un altro pianeta. E pensare che
due anni fa questo tipo di autonomia, di libertà e di pluralismo
c’erano anche da noi. La televisione aveva un sacco di difetti, non
era certo la perfezione. Però, aveva una vivacità, una capacità di
aggredire il concorrente e di mettere in discussione gli uomini
politici che oggi non ha. E su questo non c’è il minimo dubbio.
È vero. Che ne è della satira, del dibattito…?
Oggi non c’è vera satira, né vero dibattito politico. Ne risentono
anche gli uomini come Luttazzi quando tornano in televisione. I
politici sono circondati dal massimo delle attenzioni, delle cure e
delle cautele. Le domande si fanno in punta di piedi, qualche volta in
ginocchio e qualche altra sdraiati per terra.
Merito della censura e delle
epurazioni…
Anch’io, tuttora, non riesco a capacitarmi di come la sinistra abbia
potuto, pur reagendo, accettare l’idea che personaggi come Biagi o
Santoro, che avevano un grandissimo consenso popolare, fossero
allontanati. La censura, che è la forma più odiosa d’intervento, ha
reso la Tv pubblica priva della sua funzione perché, vietando delle
voci, ha vietato ai cittadini il diritto di scegliere. E poi è venuta
la fase della marmellata. Oggi, la notizia ci viene fornita come una
specie di panino chiuso, tra il comunicato del governo, una sorta di
giaculatoria dell’opposizione e la chiusura ufficiale affidata ai vari
Bondi e Schifani. Questo meccanismo di confezione dell’informazione è
proprio ciò che dà l’idea del regime mediatico: lo spettatore deve
accettare questa conclusione indorata della storia, senza che gli sia
data possibilità di critica o apertura problematica.
Insomma, lo scenario attuale vede un pubblico minacciato e indifeso.
Cosa si può fare?
In primo luogo, bisogna procedere ad una radiografia estremamente
rigorosa di quello che sta accadendo, senza sconti, attenuazioni o
desideri di edulcorare la pillola. La freddezza e la radicalità
dell’analisi sono il modo migliore per sapere come ripartire. Poi, si
deve pensare che la crisi di un sistema inizia quando questo vuole
omogeneizzare e stravincere controllando ogni forma di comunicazione.
È la regola del troppo pieno. In un sistema così amalgamato e
controllato, le voci anche minori di dissenso hanno una sorta di
premio d’amplificazione. E non parlo solo dei movimenti, che pure sono
elemento fondamentale del cambio di direzione dell’informazione. Parlo
della consapevolezza di tutti i cittadini che, non pensandola in quel
modo e giudicando quel sistema, diventano schegge di un’informazione
diversa che si estende come una macchia d’olio. Cosa possiamo fare? La
risposta è: quello che stiamo facendo. Prendere le notizie,
criticarle, contrapporne delle altre, far passare altri messaggi,
girare tra la gente, far informazione dal basso. E poi, mostrare il
ridicolo che circonda certe manifestazioni di esasperato controllo:
una notizia che si chiude sistematicamente con l’intervento di Bondi o
Schifani o comunque di un esponente della maggioranza diventa un
involontario ma devastante soffietto comico che fa sorridere la gente
e aiuta a non prendere quella notizia troppo seriamente.